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23 lug 2019

Riciclo degli sci: come farli diventare una tenda di emergenza

Un progetto del Politecnico di Milano trasforma gli sci dismessi, difficilmente riciclabili, in yurte resistentissime, da utilizzare in caso di terremoti o disastri naturali

Vengono usati in media tre o quattro anni e poi buttati perché usurati, danneggiati o solo perché è uscito un modello dalle prestazioni migliori. Eppure gli sci sono prodotti altamente tecnologici, costosi e molto resistenti. Perché quindi non pensare di dare loro una seconda vita, magari nell’edilizia? Il riciclo degli sci è l’idea alla base del progetto “Architecture for refugees, Resilience Shelter Project”, sviluppato da Marco Imperadori, professore di Progettazione e Innovazione Tecnologica al Politecnico di Milano, assieme ai suoi studenti Elisa Mutti, Federico Lumina e Ilaria Polese.

«Ogni anno finiscono al macero tonnellate di sci. Parliamo di oggetti composti da materiali multistrato, molto difficili da smaltire», spiega Imperadori. «Vanno prima sezionati in piccoli pezzi e poi fusi nelle acciaierie, perché gli inceneritori per uso civile non raggiungono temperature sufficienti. È un processo complesso, inquinante e tutt’altro che economico. Così abbiamo deciso, al posto di distruggerli, di provare a trasformarli in qualcosa di nuovo». Prendendo spunto da un progetto simile portato avanti dalla professoressa Dominique Daudon dell’Università Joseph Fourier di Grenoble, il team ha progettato una struttura abitativa che ricorda a una yurta, la tenda tipica delle popolazioni nomadi della mongolia, usando 130 paia di sci come intelaiatura. «Gli sci hanno una buona resistenza meccanica e rendono la tensostruttura molto stabile. La forma circolare garantisce uno spazio abitabile di circa 30 mq, superiore a quello minimo garantito per le tende usate in situazioni di emergenza».

L’idea è quella di creare dei moduli abitativi temporanei che possano essere montati in poco tempo e siano resistenti agli agenti atmosferici e ai danneggiamenti di ogni tipo. «Il primo prototipo è stato pensato per la nuova missione dei Padri Oblati di Maria di Passirano, in Guinea Bissau. In questo caso era necessario scegliere materiali che non potessero essere attaccati dalle termiti, che da quelle parti danneggiano il legno in poche ore», continua Imperadori. La “Yurta del Pescatore”, realizzata con l’aiuto dello studio Atelier2 di Milano e della Scuola Edile di Lecco, è stata ricoperta con un involucro tessile in grado di schermare l’interno dall’acqua e dal sole intenso della fascia equatoriale. L’illuminazione è garantita sia dal lucernario all’apice della tenda, munito di finestra a cupola, sia dalla diversa copertura usata per la fascia inferiore, che lascia filtrare parzialmente la luce naturale.

La yurta verrà usata come campo base dei missionari per poi trasformarsi, nel tempo, in una piccola cappella. Ma si tratta solo di una delle molte applicazioni possibili. Un’altra è quella di usare le tensostrutture come rifugi di emergenza in caso di terremoti o catastrofi naturali. «Le nostre tende si montano in tre o quattro ore e sono ancora più veloci da smontare. Per stoccarle occorre uno spazio minimo e possono essere assemblate da chiunque, anche dalla popolazione locale». Senza contare il lato più mondano e turistico, quello dei “glamping”, i campeggi di lusso, che potrebbero sfruttarequeste yurte altamente tecnologiche per costruire dei rifugi temporanei, completi di tutti i comfort, anche in alta montagna.

«Alla base del nostro progetto c’è il concetto di upcycle: regalare una seconda vita agli scarti addirittura migliorandoli», conclude Imperadori. Tra i molti esempi di “riciclo migliorativo”, il progetto dell’azienda giapponese Komatzu, che è riuscita a trasformare i fanghi inerti, come ad esempio i residui della purificazione delle acque, in pannelli fonoassorbenti da montare sui tetti o quello della Italicementi, che usa gli scarti della lavorazione della madreperla per creare cementi termoriflettenti. «Anche gli oggetti più umili possono trovare impieghi nell’edilizia: il cartone o il poliestere hanno mille utilizzi diversi. Renzo Piano ha addirittura utilizzato i jeans come isolante, quando ha progettato la California Academy of Sciences di San Francisco. Tutto può essere riutilizzato. Basta saper intuire le potenzialità di ciascun materiale».

Fonte originale: http://wisesociety.it